Qualcuno è ancora profondamente convinto che occuparsi di “cultura”, in un paese come Mottola, significhi sostanzialmente organizzare serate di concertini, di balletti o di mostre di quadri al chiar di luna (o, al massimo, presentazioni di libri - ma solo per accontentare i fanatici più hard-core: infatti i libri sono più noiosi). Insomma, basterebbe far vedere un po’ di movimento, magari in qualche locale in voga dove sia possibile appagare anche la pancia – e magari incassare anche la sponsorizzazione del proprietario del locale – per dire di aver fatto cultura. Cinquantadue sabati, cinquantadue “appuntamenti culturali”, e si potrà dichiarare che l’annata è stata buona.
Il
Moloch della cultura
L’inevitabile
corollario di questa «eventofilia» è quello di ritenere che
un’amministrazione comunale non sia altro che un ente a cui
rivolgersi per cercare di ottenere patrocini, un temibile «Moloch al contrario» davanti al quale sciogliere suppliche per ottenere l’agognato contributo in favore della propria iniziativa. In poche parole,
questa prospettiva vede il cittadino, sovente sotto forma di
associazioni, come il solo propulsore di iniziative, mentre
l’amministrazione è il gigante immobile il cui compito è solo
quello di attendere proposte per poi pronunciarsi solennemente sulla
bontà delle stesse - ed erogare, non si sa bene con quale criterio
(e qui parte la fiera dei sospetti), patrocini e contributi. Senza
contare che, come effetto collaterale negativo, al bisogno questo rapporto può
essere facilmente e strumentalmente capovolto nella favola del
“cittadino ricco di idee” che si trova ad affrontare
“l’amministrazione cattiva e miope che non dà il contributo, o
lo concede troppo misero, alla ‘geniale’ iniziativa del
cittadino”.
Dinamiche
che, si capirà bene, non sono sane. Per nessuno.
Sbarazzarsi
dell’«eventofilia»
Beninteso,
se ci fosse la possibilità di animare il paese ogni fine settimana
con tanti micro-eventi non sarebbe poi qualcosa di malvagio. Ma,
ammesso che ciò
sia mai possibile, non si può
ridurre la cultura a
una mera manifestazione
esteriore che, semmai, è
solo un punto di arrivo di un percorso ben più articolato. E,
soprattutto, non si può
semplificare il
rapporto tra cittadini e
amministrazione in materia di cultura a un rapporto fra “suddito
questuante” e (nella
migliore delle ipotesi) “mecenate”.
Per
questo, è necessario sbarazzarsi dell’ “eventofilia” fine a se
stessa
e puntare a qualcosa di
più ampio. E anche più
ambizioso.
Allora,
cos’è la cultura?
In
realtà la cultura è qualcosa che ci portiamo nel midollo; qualcosa
che ci informa, nel senso più proprio del termine: che ci dà
forma. Essa è talmente parte di ciascuno di noi da divenire
facilmente invisibile: così,
altrettanto facilmente, ci capita di dimenticarci di essa. Allora,
per ricordarcene, talvolta ci aggrappiamo a qualche sua
concretizzazione: il concerto, il quadro, il libro. Cose che possiamo
ascoltare, vedere, toccare. Tendenza comprensibile.
Ma
“fare
cultura” non può,
e
non deve,
ridursi solo a questo.
Quale
il ruolo dell’amministrazione?
Innanzi
tutto, in
un sistema sano e vigoroso, l’amministrazione di un comune è il
vero propulsore della cultura: favorisce
l’associazionismo, fornisce
gli spazi per l’incontro delle idee, prepara
il terreno
ideale
per il loro
sviluppo, coordina
gli sforzi collettivi verso un comune e
coerente
obiettivo. Lasciando,
beninteso, la più totale libertà creativa agli attori culturali
presenti sul territorio, tuttavia l’amministrazione
crea le basi per un
vedere
condiviso.
E il cittadino deve
sentirsi coinvolto in un
grande progetto. È uno
spreco polverizzare gli
sforzi della collettività in espressioni puntuali e
isolate - i
singoli eventi -
a volte in disarmonia fra loro, senza che alle spalle vi sia un
discorso coeso,
un disegno
più grande che regga il tutto.
L’amministrazione,
dunque,
crea una visione
comune e condivisa della cultura e indica gli obiettivi da perseguire.


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