domenica 26 febbraio 2017

Una visione comune e condivisa della cultura


Qualcuno è ancora profondamente convinto che occuparsi di “cultura”, in un paese come Mottola, significhi sostanzialmente organizzare serate di concertini, di balletti o di mostre di quadri al chiar di luna (o, al massimo, presentazioni di libri - ma solo per accontentare i fanatici più hard-core: infatti i libri sono più noiosi). Insomma, basterebbe far vedere un po’ di movimento, magari in qualche locale in voga dove sia possibile appagare anche la pancia – e magari incassare anche la sponsorizzazione del proprietario del locale – per dire di aver fatto cultura. Cinquantadue sabati, cinquantadue “appuntamenti culturali”, e si potrà dichiarare che l’annata è stata buona.

Il Moloch della cultura

L’inevitabile corollario di questa «eventofilia» è quello di ritenere che un’amministrazione comunale non sia altro che un ente a cui rivolgersi per cercare di ottenere patrocini, un temibile «Moloch al contrario» davanti al quale sciogliere suppliche per ottenere l’agognato contributo in favore della propria iniziativa. In poche parole, questa prospettiva vede il cittadino, sovente sotto forma di associazioni, come il solo propulsore di iniziative, mentre l’amministrazione è il gigante immobile il cui compito è solo quello di attendere proposte per poi pronunciarsi solennemente sulla bontà delle stesse - ed erogare, non si sa bene con quale criterio (e qui parte la fiera dei sospetti), patrocini e contributi. Senza contare che, come effetto collaterale negativo, al bisogno questo rapporto può essere facilmente e strumentalmente capovolto nella favola del “cittadino ricco di idee” che si trova ad affrontare “l’amministrazione cattiva e miope che non dà il contributo, o lo concede troppo misero, alla ‘geniale’ iniziativa del cittadino”.
Dinamiche che, si capirà bene, non sono sane. Per nessuno.

Sbarazzarsi dell’«eventofilia»

Beninteso, se ci fosse la possibilità di animare il paese ogni fine settimana con tanti micro-eventi non sarebbe poi qualcosa di malvagio. Ma, ammesso che ciò sia mai possibile, non si può ridurre la cultura a una mera manifestazione esteriore che, semmai, è solo un punto di arrivo di un percorso ben più articolato. E, soprattutto, non si può semplificare il rapporto tra cittadini e amministrazione in materia di cultura a un rapporto fra “suddito questuante” e (nella migliore delle ipotesi) “mecenate”.
Per questo, è necessario sbarazzarsi dell’ “eventofilia” fine a se stessa e puntare a qualcosa di più ampio. E anche più ambizioso.

Allora, cos’è la cultura?

In realtà la cultura è qualcosa che ci portiamo nel midollo; qualcosa che ci informa, nel senso più proprio del termine: che ci dà forma. Essa è talmente parte di ciascuno di noi da divenire facilmente invisibile: così, altrettanto facilmente, ci capita di dimenticarci di essa. Allora, per ricordarcene, talvolta ci aggrappiamo a qualche sua concretizzazione: il concerto, il quadro, il libro. Cose che possiamo ascoltare, vedere, toccare. Tendenza comprensibile.
Ma “fare cultura” non può, e non deve, ridursi solo a questo.

Quale il ruolo dell’amministrazione?

Innanzi tutto, in un sistema sano e vigoroso, l’amministrazione di un comune è il vero propulsore della cultura: favorisce l’associazionismo, fornisce gli spazi per l’incontro delle idee, prepara il terreno ideale per il loro sviluppo, coordina gli sforzi collettivi verso un comune e coerente obiettivo. Lasciando, beninteso, la più totale libertà creativa agli attori culturali presenti sul territorio, tuttavia l’amministrazione crea le basi per un vedere condiviso. E il cittadino deve sentirsi coinvolto in un grande progetto. È uno spreco polverizzare gli sforzi della collettività in espressioni puntuali e isolate - i singoli eventi - a volte in disarmonia fra loro, senza che alle spalle vi sia un discorso coeso, un disegno più grande che regga il tutto.
L’amministrazione, dunque, crea una visione comune e condivisa della cultura e indica gli obiettivi da perseguire.

venerdì 24 febbraio 2017

«Perché ti candidi?»

Perché sento il dovere di dare il mio contributo concreto per rendere Mottola un posto migliore.
Perché, nonostante la mia formazione in Lingue moderne che, potenzialmente, mi avrebbe permesso di “essere a casa” dovunque nel mondo, ho fatto la scelta di restare a vivere qui.
Perché sono stanco di vedere in molti, giovani e meno giovani, abbandonare invece il nostro paese perché qui non riescono a trovare la propria strada.
Perché sono stanco di essere insoddisfatto di ciò che mi circonda.
Perché non è più tempo di stare a guardare.
Perché è ora di smettere di vivacchiare a stento.
Perché Mottola ha bisogno di tutte le energie possibili per ripartire. E io voglio fare la mia parte. Per me e per tutti i mottolesi.
Perché ritengo di avere qualcosa da dire.

Per questo, a giugno prossimo sarò fra i candidati alla carica di consigliere per il Comune di Mottola.